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Targhe originali che passione!

Tutto sommato può sembrare strano impazzire per una semplice targa automobilistica. Però, si sa, il collezionismo è tutt’altro che razionale e non ci si deve certo stupire di fronte alla grande importanza che spesso viene attribuita alle targhe originali. Un fenomeno particolarmente radicato in Italia ma non condiviso da tutti i Paesi: in molti Stati infatti la targa è personale e segue il proprietario, in altri le vetture storiche ricevono una targa particolare ad esse riservata.

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Da appassionato italiano non posso che condividere la passione per le targhe d’epoca che -inutile negarlo- danno un quid in più all’auto. Volete mettere il fascino di una “quadrotta” con un’anonima targa moderna? Certo, qualcuno potrebbe obiettare che la targa è un elemento estraneo al veicolo. D’altra parte però è qualcosa che fa parte del suo vissuto, soprattutto se è quella che lo accompagna dalla prima immatricolazione. In altre parole, anche la targa rappresenta qualcosa di storico.
Certi appassionati duri e puri ritengono accettabili solamente le targhe di origine. A me invece basterebbe che fossero coerenti con l’epoca del veicolo: si può soprassedere su una seconda immatricolazione, purché il formato della targa sia quello “giusto”. Non dimentichiamo infatti che fino al 1993 vigeva l’obbligo di reimmatricolare l’auto qualora il nuovo proprietario risiedesse in una provincia diversa dal primo. Ecco spiegato perché molte storiche da sempre italiane hanno targhe di epoca successiva senza che siano state mai radiate dal PRA.

Giusto per rimanere in tema mi sembra interessante compiere un breve excursus sulla storia delle targhe italiane. Per brevità mi concentrerò su quelle in uso dal secondo dopoguerra in avanti, ovvero quelle che interessano la maggior parte degli appassionati.
Inizialmente si utilizzano targhe in metallo con numeri bianchi su fondo nero, rimaste in uso fino al 1962 circa. Nel 1963 si passa alle targhe in plastica con il medesimo schema cromatico, che saranno anche le prime a introdurre la lettera nella numerazione. E’ rimasta celebre a questo proposito la prima vettura a montarne una, l’Alfa Romeo Giulia TI targata MI A00000 ritratta in molte foto dell’epoca. Dal 1975 in avanti la targa posteriore assume un diverso formato (con possibilità di montarla in linea o su due righe) e la sigla della provincia in colore arancione. A partire dal 1985 arrivano le targhe bianche, rimaste in voga fino all’avvento del formato europeo a metà anni Novanta.

La passione per le targhe storiche è condivisa dagli appassionati anche sul web, come testimoniato dal sito Targhenere.net che raccoglie -classificandole per marca e modello- numerose immagini di vetture dotate per lo più di targhe d’epoca. Tra i patiti delle targhe originali c’è persino chi dà valore a specifiche combinazioni marca/provincia! Sono dettagli, ma per alcuni un’Alfa Romeo targata Milano o una Lancia con sigla Torino acquistano fascino in quanto richiamano la sede storica della casa costruttrice.
Come fare se un’auto ha le sue belle targhe nere ma risulta radiata? Allo stato attuale delle cose è possibile conservarle per le auto di interesse storico e collezionistico radiate d’ufficio (oppure per il mancato pagamento dei  bolli auto) purché si verifichino certe condizioni spiegate sul sito dell’ACI. Un’opportunità interessante per mantenere un elemento importante di un’automobile, apprezzabile sia dal punto di vista estetico che da quello economico. Personalmente ritengo che, a parità di condizioni, una vettura con targhe originali possa spuntare una valutazione maggiore rispetto a una ritargata di recente. Ovvia eccezione quella rappresentata dai modelli che all’epoca non venivano importati nel nostro Paese, per i quali ci si dovrà giocoforza “rassegnare” alla targa moderna.

Sei un patito di targhe originali? Scrivi il tuo parere nei commenti qui sotto!

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L’originalità vince sempre (per me)

Chiariamo subito una cosa: ognuno è libero di fare ciò che vuole della propria macchina. Tuttavia non posso esimermi dal preferire le auto d’epoca in configurazione originale. Questo perché considero le automobili del passato come oggetti di valore storico prima ancora che economico.

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Troppe volte si vedono macchine stravolte alla ricerca delle prestazioni oppure modificate per assomigliare a qualcos’altro, tipicamente una versione più rara o più potente. Il caso più emblematico? Le care vecchie Fiat 500, spesso vituperate da allestimenti che meriterebbero l’Oscar del cattivo gusto. Anche senza arrivare a questi eccessi non si possono dimenticare neppure certe leggerezze molto frequenti, come i colori fuori catalogo o il classicissimo mix di pezzi di serie diverse che danno vita a ibridi inquietanti.
L’utilitaria torinese -che, beninteso, se originale mi piace tantissimo- diventa spesso il paradigma di quello che per me è il peggior modo di approcciarsi al restauro dell’auto d’epoca. Ovvero dimenticandosi che queste auto -prima ancora di essere dei mezzi di trasporto- rappresentano una testimonianza della storia e del costume. In virtù di questo ritengo che ci si debba sempre attenere alle specifiche originali, così che la vettura possa diventare una perfetta “macchina del tempo” pronta a riportarci nel passato.

Senza volermi accanire sulla povera bicilindrica di casa Fiat, basterebbe osservare tutte quelle Alfa Romeo GT o Lancia Fulvia modificate -o meglio, devastate- in chiave pseudo sportiva. Provo un sincero rammarico nel vedere un’auto sana (e magari con targhe originali…) sacrificata in nome dell’ennesima replica GTA o simil HF di dubbio gusto e scarso valore collezionistico. Sarebbe molto meglio a mio avviso intraprendere la strada del restauro filologico, attento ai dettagli e soprattutto rispettoso dei limiti della vettura. In questo modo ci si metterebbe in garage qualcosa di autentico, difficilmente contestabile e soprattutto coerente con la sua epoca di costruzione.
Se per qualsiasi motivo la vostra auto non vi soddisfa non stravolgetela: piuttosto vendetela e comprate quella che preferite. Magari ci vorrà del tempo, ma mi piace pensare che la vostra ex-auto troverà un nuovo proprietario appassionato che la apprezzerà per quello che è.

Attenzione, quanto scritto finora non è un’opposizione tout-court a qualsiasi personalizzazione. Un accessorio dell’epoca, se coevo alla vostra macchina, potrebbe persino accrescerne il fascino. Scegliete però con cura, senza cadere in anacronismi o scelte incoerenti. Ovviamente ben vengano anche tutti quegli accorgimenti che consentono di viaggiare con maggiore sicurezza.
Io credo che possedere un’auto di quaranta o cinquanta anni fa voglia dire accettarne i pregi e i difetti. In altre parole guidare come si guidava allora, adattando la vostra guida alle caratteristiche della macchina e non viceversa. Che senso ha stravolgere la macchina con assetti rasoterra, gomme che nemmeno una Formula 1 e persino trapianti di motore? Tutte queste modifiche -oltre a non essere in regola con il Codice della Strada- sono l’antitesi del rispetto verso un oggetto di importanza storica, che in quanto tale andrebbe conservato al meglio. Magari ricordandosi che, come diceva il grande Luciano Nicolis a proposito delle sue auto, “Non siamo i proprietari di tutto questo… ne siamo i custodi per il futuro”.

Qual è il vostro parere? Per dare la vostra opinione potete scrivere un commento qui sotto!

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Autodromo di Casale, il circuito dimenticato di Morano Po

Sulle rive del Po esiste ancora la vecchia pista

E’ il circuito di Morano Po, più conosciuto come Autodromo di Casale Monferrato. Costruito nei primi anni Settanta, ai giorni nostri è un nastro di asfalto abbandonato che vive solo nei ricordi degli appassionati. Ma come è possibile che un circuito automobilistico possa sprofondare in un simile oblio?

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La storia dell’Autodromo di Casale inizia nel 1973, quando la pista viene collaudata dal pilota di Formula 1 Arturio Merzario al volante della Ferrari 312 B2. Il circuito ha una lunghezza di circa 2,5 Km e il comasco fissa il record in 1’01″1. Lo stesso giorno vengono organizzate alcune gare di contorno, a conferma dell’entusiasmo verso il nuovo tracciato. In quella riservata alle Formula 3 vince Claudio Francisci, mentre Alberto Colombo segna il giro più veloce.
Dal 1973 fino al ’76 le monoposto di Formula 3 torneranno di frequente a Casale, dove si disputeranno diverse corse del combattutissimo Campionato Italiano. Anche il Giro d’Italia Automobilistico fa tappa a Morano Po (edizioni 1973 e ’74), seguito dall’Interserie e dal Challenge Ford Escort Mexico.

Negli anni Settanta l’automobilismo vive ancora il suo momento d’oro e le corse richiamano un pubblico numeroso. Non scordiamoci infatti che la copertura televisiva è molto limitata, pertanto l’unico modo di seguire le gare è frequentare i circuiti.
Con questi presupposti il futuro del tracciato piemontese sembra radioso e si pensa già ad ampliare la pista. Tra il 1973 e il ’76 si susseguono ben tre progetti (descritti sul sito di Guido De Carli, che ospita anche alcune immagini del circuito) con l’intento di allungare la pista fino a un totale di circa 4 Km. Nessuno di essi troverà compimento, perché attorno al 1975 l’Autodromo di Casale incontra i primi ostacoli. A quanto sembra il rumore delle macchine da corsa dà fastidio ad alcuni comuni limitrofi e già nel 1976 l’attività sportiva viene notevolmente ridotta. L’anno successivo l’impianto è praticamente inattivo e una parte del tracciato viene arata (sic) da una ruspa che lo rende inagibile.
Nel 1980 la pista viene nuovamente asfaltata in previsione di una riapertura che non avverrà mai. E’ il primo di alcuni tentativi di rimettere in funzione l’autodromo, che rimarranno tutti senza seguito.

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Autodromo di Casale – Mappa

Eppure il vecchio circuito di Casale non è del tutto dimenticato. Basta una veloce ricerca sul web per trovare discussioni ad esso dedicate sui forum e sui principali social network, a conferma che il ricordo della pista è ancora vivo.
Perché non si pensa ad una sua ristrutturazione? Fatto salvo l’inevitabile degrado dovuto al tempo, l’autodromo è rimasto pressoché identico a come era negli anni ’70, quasi un’istantanea che ci riporta indietro di 40 anni. Dalle foto reperibili in rete nulla sembra cambiato da allora: i box, la torre dei cronometristi e ovviamente il tracciato. Con un po’ di immaginazione potrebbe diventare la location ideale per una Goodwood italiana!
Forse, con l’interessamento e il supporto di qualche ente o costruttore automobilistico, l’Autodromo di Casale Monferrato potrebbe essere riportato in piena efficenza e di nuovo utilizzato. Al di là delle competizioni, ipotizziamo anche sessioni di prove (ad esempio per case costruttrici o riviste di motori), corsi di guida, raduni ed eventi di settore.
Il nostro è solo un sogno da appassionati che probabilmente non prende in esame tutte le problematiche connesse a una ipotetica riapertura della pista. Tuttavia sarebbe bello se qualcuno potesse davvero prendersi a cuore la rinascita di un circuito che, seppure per una breve stagione, ha lasciato una traccia nella storia automobilistica del nostro Paese.

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Arturio Merzario, il grande escluso

Il “fantino” non è tra i 400 personaggi dell’automobile

Con il numero di febbraio della rivista Quattroruote è possibile acquistare un interessante volumetto intitolato I personaggi dell’automobile. Una sorta di enciclopedia con 400 nomi che hanno fatto la storia dell’auto, spaziando tra imprenditori e progettisti, designer e piloti. Quest’ultima categoria abbraccia principalmente i corridori di Formula 1 e Rally, con un criterio che viene definito nella pagina introduttiva. Vengono considerati solo quei piloti che hanno vinto un Mondiale o almeno un Gran Premio, con delle comprensibili eccezioni. Ad esempio chi ha vissuto la propria carriera in epoca antecedente al Campionato Mondiale di F1, Varzi e Nuvolari in primis, o l’indimenticato Ignazio Giunti.
Abbiamo consultato con grande curiosità l’elenco stilato da Quattroruote, concentrandoci sulla categoria dei piloti. Siamo d’accordo con la maggior parte delle scelte effettuate ma abbiamo riscontrato alcune mancanze a nostro avviso poco condivisibili. Vediamo quali.

Il primo dei grandi esclusi è certamente Arturio Merzario, che riteniamo si sia guadagnato a buon diritto un posticino nella storia dell’automobilismo sportivo. Parlando di risultati possiamo citare due vittorie alla Targa Florio (1972 e ’75), due al GP del Mugello (1969 e ’70), un Campionato Europeo della Montagna (1969), un Campionato Europeo Sport (1972) e due Campionati Mondiali Marche (1975 e 1977). In più mettiamoci anche gli 11 punti mondiali conquistati in una Formula 1 che in quegli anni era per “manici” veri.
Oltre che per essere stato uno dei più grandi interpreti delle vetture sport, Merzario meriterebbe di essere ricordato anche per gli altri episodi che hanno costellato la sua lunga militanza in pista. Uno su tutti, il salvataggio di Niki Lauda dal terribile incidente avvenuto nel 1976 sul circuito del Nurburgring. Il coraggioso gesto di Arturio, coadiuvato dai colleghi piloti Ertl, Lunger ed Edwards, varrebbe già da solo una convocazione nella lista.
Anche la partecipazione al Mondiale F1 con il Merzario Team, seppure avara di risultati, è certamente un episodio degno di nota, non fosse altro che per la volontà di mettersi in gioco. Tra i pochi che hanno percorso la strada di pilota-costruttore ricordiamo Brabham, McLaren, Surtees e -appunto- il nostro Arturio Merzario.
E poi, concedetecelo, includere il comasco avrebbe rappresentato un meritato premio alla carriera, considerando che a 71 anni non si è ancora stancato di correre (forte) in auto. Lo stesso Arturio non deve avere gradito molto l’esclusione, come si può intuire da uno scatto polemico comparso su un popolare social network…

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Brambilla, Lombardi e Merzario

Nella lista dei dimenticati vorremmo metterci anche Nino Vaccarella. D’accordo, in Formula 1 non ha fatto molto, ma è uno dei re della Targa Florio (quella del ’75 l’ha vinta proprio insieme ad Arturio Merzario) e coi prototipi in pochi hanno vinto come lui. Con la Ferrari e l’Alfa Romeo ha trionfato in tutte le grandi gare endurance, da Le Mans a Sebring.
Peccato per l’assenza di Lella Lombardi, prima ed unica donna ad avere conquistato punti nel Mondiale F1. Quel mezzo punto guadagnato col sesto posto al GP di Spagna ’75 poteva farla rientrare tra i 400 grandi. In ogni caso viene menzionata indirettamente parlando della carriera di Jochen Mass, quindi non ci lamentiamo.
Last but not least, Umberto Maglioli. Velocissimo e con un palmarés d’eccezione (una vittoria alla Carrera Panamericana e tre alla Targa Florio), il biellese è da considerarsi probabilmente uno dei più forti stradisti di tutti i tempi. Ciò nonostante rimane un pilota -ingiustamente, aggiungiamo noi- poco ricordato. Includerlo nella lista forse avrebbe potuto contribuire a dargli il giusto merito.

Immagini: arturomerzario.net; portaledicomo.it