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Auto d’epoca e blocco veicoli Euro 0: parliamone!

Negli ultimi giorni ho avuto la percezione che le recentissime misure anti inquinamento possano in qualche modo condizionare il settore delle auto d’epoca, oltre a generare qualche incertezza tra gli appassionati. Il tema è di grande attualità, quindi ho pensato di dedicare un articolo proprio al “Blocco dei Diesel Euro 3” che, a dispetto del nome con cui lo si chiama comunemente, va ad interessare numerose categorie di veicoli, non solo a gasolio.

Iniziamo col dire che questi provvedimenti anti inquinamento sono stati adottati solo da quattro regioni del Nord (Lombardia, Piemonte, Veneto ed Emilia Romagna) e fanno parte di un piano studiato per migliorare la qualità dell’aria nella zona della Pianura Padana. Ognuna delle regioni interessate ha regole differenti (es. zone, orari, eccezioni…) pertanto se desiderate informarvi vi suggerisco di farlo attraverso i loro canali ufficiali. A titolo di esempio, la Regione Lombardia vieta la circolazione ai veicoli a benzina Euro 0 e ai veicoli diesel fino all’omologazione Euro 3: questo implicherebbe automaticamente il blocco di tutte le vetture immatricolate prima del 1993, anno in cui è entrato in vigore lo standard Euro 1. In Lombardia però esiste una deroga che salva le vetture storiche, vediamo quale.

Nel documento relativo alle “Misure strutturali permanenti per la limitazione del traffico veicolare” della Regione Lombardia si legge che sono escluse dal fermo della circolazione diverse categorie di veicoli, tra i quali figurano i “veicoli di interesse storico o collezionistico ai sensi dell’articolo 60, comma 4, del D.lgs. n. 285/1992 e i veicoli con più di vent’anni e dotati dei requisiti tecnici previsti dall’articolo 215 del decreto del Presidente della Repubblica n. 495 del 16 dicembre 1992 (Regolamento di esecuzione e di attuazione del nuovo codice della strada), in possesso di un documento di riconoscimento redatto secondo le norme del Codice tecnico internazionale della Fédération Internationale des Véhicules Anciens (FIVA), rilasciato da associazioni di collezionisti di veicoli storici iscritte alla FIVA o da associazioni in possesso di equipollente riconoscimento regionale”. Pertanto gli appassionati lombardi possono tirare un sospiro di sollievo, a patto che la loro vettura rispetti le caratteristiche di cui sopra.

Senza volere entrare nel merito delle normative delle altre regioni aderenti, credo che il punto sul quale focalizzarsi siano le prospettive future. L’orientamento generale mi sembra rivolto a limitazioni anti-inquinamento sempre più stringenti e c’è soltanto da sperare che le nostre care auto storiche possano sempre beneficiare di qualche deroga speciale. Altrimenti il rischio è che diventino solo degli ingombranti soprammobili a quattro ruote, buoni per lustrarsi gli occhi quando si va in garage ma quasi inutilizzabili. Questo, inutile negarlo, avrebbe un impatto significativo anche sul mercato: immagino che in molti ci penserebbero due volte prima di acquistare una vettura d’epoca la cui fruibilità sia fortemente limitata. L’impossibilità di guidarla sarebbe un controsenso, soprattutto considerando che l’automobile è per definizione un oggetto legato all’idea di movimento.

C’è da auspicarsi che anche altri seguano l’esempio della Regione Lombardia, attenta all’argomento anche in virtù del suo background automobilistico: non dimentichiamo che proprio qui sono nate la Mille Miglia, il primo GP d’Italia, l’Autodromo di Monza, l’Alfa Romeo e via dicendo. La stessa città di Milano ne è la riprova, dato che persino la nuova Area B permette comunque un certo numero di accessi alle vetture d’interesse storico, purché siano ultra trentennali e dotate di C.R.S. Quella che è invece da scongiurare è l’eventualità che l’automobile d’epoca possa venire equiparata ad un qualsiasi veicolo obsoleto, senza tenere conto che il suo impatto ambientale è assai limitato. Non solo, io spero che si tenga in considerazione anche il valore storico e socioculturale rappresentato da questi mezzi, che rischieremmo di perdere irrimediabilmente se venissero esportati in massa o -peggio ancora- demoliti.

Da ultimo, la dispersione del nostro patrimonio automobilistico o una forte diminuzione di interesse nei suoi confronti avrebbe per conseguenza una diminuzione dell’indotto ad esso legato. Penso agli artigiani che lavorano nella cosiddetta Motor Valley emiliana, ai rivenditori di ricambi, alle fiere di settore, ai tanti bravi restauratori che operano nelle regioni interessate dai provvedimenti, dove per altro la cultura dell’auto storica è fortissima (i grandi marchi automobilistici italiani sono nati tutti tra Lombardia, Piemonte ed Emilia Romagna). Volendo ragionare in termini economici, ci sarebbe anche da ricordare che, in occasione di un convegno ASI, il giro d’affari complessivo del settore auto storiche è stato stimato in circa 2 miliardi di euro all’anno. Non proprio bruscolini quindi. E poi, per un Paese che vuole giustamente puntare sulle proprie eccellenze, rinunciare all’universo del motorismo storico rischierebbe di tramutarsi in un clamoroso autogol, non credete?

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Immagini: 02blog.it

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