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Carlo Talamo, sempre un passo avanti

Un ricordo di Carlo Talamo scritto da un non motociclista probabilmente suona come qualcosa di assurdo, quasi inconcepibile. Soprattutto se chi scrive non l’ha nemmeno conosciuto di persona. Non sono un appassionato di Harley-Davidson e non sono mai stato cliente di Talamo o della sua Numero Uno, anche per ovvie ragioni anagrafiche. Ma sono stato un ragazzino che qualche volta -erano i primissimi anni Novanta- si faceva portare dal suo babbo a vedere le vetrine di via Niccolini. Se già recarsi a Milano con papà era qualcosa di speciale, lo era ancora di più fermarsi a sbirciare quelle motociclette cromate dietro le vetrine in zona Monumentale.

Di Carlo Talamo mi hanno affascinato essenzialmente l’intuito, la capacità innata di essere sempre un precursore, il dettare le mode anziché seguirle. Doti rare a trovarsi, che penso meritino di essere ricordate anche su questo blog che non parla di motociclette, ma di vecchie automobili. La sua storia (ben documentata sul sito Fedrotriple.it) è cosa nota: romano approdato a Milano con tante idee ma mezzi limitati, nei primi anni Ottanta ha la fortuna di incontrare due amici che lo supportano e ne condividono l’entusiasmo. Poi, nel 1984, il colpo di genio, quello che darà il via alla sua parabola imprenditoriale. Per una cifra abbordabile rileva dai fratelli Castiglioni (Cagiva) la licenza di vendere le Harley-Davidson in Italia, accollandosi anche un vecchio magazzino di ricambi. E’ la nascita della prima concessionaria Numero Uno.

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Carlo Talamo in una originale immagine pubblicitaria

Quello che oggi sembra un brillante acquisto, all’epoca è da considerarsi quasi una follia. Le Harley-Davidson sono moto antiquate, pesanti e fuori moda, lontanissime dai gusti del mercato italiano. Ad andare per la maggiore sono le giapponesi, supersportive o fuoristrada stile Parigi-Dakar. I motociclisti di casa nostra non si filano nemmeno gli storici marchi italiani, figurarsi questi bisonti made in USA, lenti ed ingombranti. Ma Talamo -e qui sta il genio- ha già capito che la strada giusta è proporre una alternativa alle moto “da sparo”, il metallo cromato al posto della plastica, il borbottio del bicilindrico contro l’urlo lacerante delle jap col “quattro in uno”. E’ un azzardo, ma un azzardo che funziona: partendo dalla piazza meneghina, in pochissimo tempo Carlo Talamo trasforma le Harley-Davidson in oggetti alla moda.

Certo, anche il periodo è quello giusto. Sono gli anni della “Milano da bere”, del benessere diffuso e di un edonismo che si ricerca anche acquistando una moto di lusso. Sì, perché già allora le Harley-Davidson non sono moto a buon mercato, tutt’altro. Nei primi anni Novanta (cioè il periodo che ricordo io), per mettersi in garage una Sportser 883 ci vogliono 18 milioni di Lire, mentre la serie da 1.340 cc (Dyna/Softail/etc) viaggia attorno ai 35 milioni. Sono soldoni, che -a differenza di quanto avviene oggi- vanno pagati tutti, sull’unghia. Guai a parlare di rate, così come di sconti. L’Harley te la fai se hai i quattrini, altrimenti no. Non sembra una strategia commerciale troppo amichevole, invece funziona benissimo: circondato da un’aura di esclusività, il prodotto diventa ancora di più oggetto del desiderio, autentico status symbol.

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Carlo Talamo in una foto pubblicitaria in bianco e nero

Ma credo ci sia dell’altro. Queste motociclette e il cliché del biker si prestano ad essere la valvola di sfogo di chi, nella vita di tutti i giorni, deve stare a certe regole. Come già detto, le Harley-Davidson non sono per tutti e chi se le può permettere è di sovente un professionista, un manager, un dirigente. Che finalmente può trovare un buon motivo per svestire la giacca e la cravatta e, almeno nel weekend, vivere il proprio personale Easy Rider. Sano divertimento, voglia di evasione e spirito di gruppo sono gli ingredienti fondamentali di un cocktail che piace: in pochi anni le moto vendute da Carlo Talamo diventano un vero e proprio fenomeno di costume, prima a Milano e successivamente in tutta Italia. A suggellare la sua grande invenzione arrivano i primi raduni: lunghi giri invernali per motociclisti dalla scorza dura, chiamati senza mezzi termini “Pallequadre”.

Prima di occuparsi di motociclette, Carlo Talamo lavora nel campo pubblicitario. Di marketing infatti dimostrerà di capirne parecchio, come si evince dalle inconfondibili pubblicità della Numero Uno. Posizionate in spazi di rilievo come la quarta di copertina, spesso sono addirittura prive di immagini della moto da promuovere. Avete capito bene: Carlo Talamo la moto la racconta, la fa immaginare, sa immedesimarsi nel suo cliente potenziale e fare centro. La riprova è che quelle pagine nere tutto testo fanno presa anche su di me, che con le due ruote non ho mai avuto a che fare. Prima di altri, il patron della Numero Uno ha capito l’importanza del comunicare emozioni anziché dati tecnici e il desiderio di differenziarsi attraverso un oggetto che distingua dalla massa.

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Carlo Talamo in una delle famose pubblicità della Numero Uno

Più in generale, potremmo dire che Carlo Talamo ha inventato un modo nuovo di vendere motociclette nel nostro Paese, a partire dai negozi. Della Numero Uno di via Niccolini -vista sempre e solo da fuori, quasi con timore- ricordo il pavimento in parquet, che allora mi sembrò una cosa fuori dal comune per un concessionario di moto. E che dire del mare magnum degli accessori? Anche qui Talamo riesce a imporre una nuova cultura della special, che prende piede e dà linfa a un altro settore, quello degli accessori per personalizzare la propria due ruote. Se non è intuito questo! In più aggiungiamoci il fatto che per le special ha un gusto (quasi) sempre indovinato, arrivando addirittura a suggerire alla casa madre la produzione di certi modelli, come quando la sua Night Train customizzata darà origine a una moto di regolare produzione.

Poteva un simile vulcano di idee fermarsi alle Harley-Davidson? No, la risposta è ovvia. E allora, all’inizio degli anni Novanta, ecco l’intuizione di importare in Italia le inglesi Triumph attraverso la Numero Tre. Dal punto di vista estetico sono moto non troppo accattivanti, ma ancora una volta Talamo prepara delle fuoriserie che sapranno influenzare i futuri modelli della Casa che, manco a dirlo, saranno un successo. Ad un certo punto sceglie di occuparsi anche di auto, mettendosi ad importare Rolls-Royce e Bentley (non ancora sotto la sfera di BMW e Vokswagen, rispettivamente) attraverso un marchio creato ad hoc, la Gialloquaranta, ma credo ottenga meno successo rispetto al business delle due ruote. Il mercato di allora non è ancora pronto a recepire un prodotto poco in sintonia coi gusti dei nostri automobilisti e -doveroso precisarlo- venduto a caro prezzo.

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Carlo Talamo in uno scatto degli anni Novanta

Le ultime grandi mosse risalgono ai primi anni 2000, quando Carlo Talamo cede la Numero Uno alla Harley-Davidson e la Numero Tre alla Triumph, liberandosi dagli impegni con le case costruttrici. Sembra che ora voglia dedicarsi alla progettazione di nuove motociclette ma purtroppo non ha il tempo di seguire il suo ultimo obiettivo. Un terribile incidente stradale se lo porta via nell’ottobre del 2002, qualche giorno prima del suo cinquantesimo compleanno. Dopo avere appreso la notizia non posso fare a meno di pensare a tanti anni prima, quando leggevo i suoi editoriali su una nota rivista di motociclismo (forse In Moto di Conti Editore?). Spigoloso e sempre controcorrente, non difettava certo di personalità, al punto che in qualche occasione mi risultò quasi antipatico. Solo in un secondo tempo ne compresi il motivo: era semplicemente un passo avanti a tutti gli altri.

Immagini: Fedrotriple.itStileruvido.com; Insella.it; Radio24.ilsole24ore.com; Rocket-garage.blogspot.com; Amotomio.it

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