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L’ultima curva di Alberto Ascari

Due segni neri sull’asfalto, tracce inequivocabili di una frenata violentissima. Sono una delle poche certezze sulla dinamica dell’incidente fatale ad Alberto Ascari, l’unico pilota italiano ad essersi aggiudicato il Campionato Mondiale di Formula 1 (per ben due volte, nel 1952 e nel 1953).

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La ricostruzione dell’incidente avvenuto a Monza nel 1955 appare ancora oggi come un mosaico difficile da completare. A 60 anni di distanza da quel tragico pomeriggio restano pochi ricordi e tante domande su quella maledetta frenata. Dopo lo schianto quel punto del circuito -precedentemente conosciuto come Curva del Vialone– viene intitolato alla memoria del grande pilota. Con le nuove chicane del 1972 si passa alla denominazione Variante Ascari, che ancora oggi ricorda ai visitatori dell’Autodromo il campione milanese e la sua drammatica scomparsa. Chi crede nella superstizione vede alcune strane coincidenze tra la fine di Alberto Ascari e quella di suo padre Antonio, anch’egli pilota di fama. Entrambi perdono la vita a 36 anni, entrambi il giorno 26, entrambi al volante di una macchina da corsa.

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Alberto Ascari – Lancia D50 F1

Nel 1955 Alberto Ascari è un pilota Lancia e prende parte al Campionato del Mondo con la monoposto D50. E’ una F1 estremamente moderna per la sua epoca, che vanta soluzioni molto raffinate come i serbatoi laterali e il cambio al retrotreno, disposto trasversalmente. Sembra perfetta per un campionissimo come Ascari, considerato uno dei più seri pretendenti al titolo, ma l’avvio di stagione non è dei migliori. Al GP di Argentina si qualifica secondo, tuttavia in gara si ritira per un testacoda. Seguono due gare non titolate (GP del Valentino e GP di Napoli) in cui il pilota milanese mostra una superiorità schiacciante: in entrambe conquista pole-position e vittoria. Il Mondiale riprende al GP di Monaco, dove incredibilmente Fangio e Ascari si qualificano con lo stesso tempo, 1:41.1 spaccato. Nonostante una partenza non perfetta, l’italiano si ritrova in testa grazie ai ritiri di Juan Manuel Fangio e Stirling Moss. All’ottantesimo giro Ascari ha un incidente all’uscita del tunnel e finisce in mare. Riesce a uscire dall’auto e riemerge poco dopo, quasi illeso. Lo ricoverano in ospedale, più per precauzione che altro. A qualcuno deve sembrare un pilota molto fortunato, ma il destino lo attende inesorabilmente quattro giorni dopo.

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Alberto Ascari vittorioso

E’ il 26 maggio 2015 e la Ferrari è a Monza per delle prove in vista della prossima 1000 Chilometri. Alberto Ascari giunge in autodromo da semplice visitatore, attorno all’ora di pranzo. Quando chiede di poter fare qualche giro con la Ferrari 750 Monza di Castellotti nessuno si oppone: diamine, è un campione del mondo e sa il fatto suo!
Si mette alla guida, ma senza il suo casco azzurro né la sua maglietta portafortuna. E’ in camicia e cravatta e in testa ha il casco di Castellotti, che gli presta anche gli occhialoni da guida. Chi conosce Ascari sa quanto sia superstizioso e forse si stupisce nel vederlo rinunciare ai quegli oggetti abituali, ma tant’è.
Parte e compie due giri del circuito. Al terzo passaggio, quando Ascari è in prossimità della Curva del Vialone, dai box sentono lo stridio di una “inchiodata” e una terribile sequenza di schianti. Sono circa le 13 e quella zona della pista è praticamente deserta. Alberto Ascari muore così, sbalzato fuori dalla vettura che dopo essersi intraversata si capovolge. Quando arrivano i primi soccorritori è già tutto finito, ci sono solo due tracce nere sull’asfalto e la macchina accartocciata fuori pista.

 

Osservando le immagini dell’epoca si notano i segni lasciati dagli pneumatici bloccati. Sembra che la frenata sia avvenuta sul finire della curva, poco prima del rettilineo che conduce alla Parabolica. Un punto inusuale per una staccata. Come se non bastasse, i segni puntano verso l’interno della curva, facendo pensare a uno scarto improvviso. E’ strano pensare che un pilota come Ascari compia una manovra simile senza un motivo valido. Numerose ipotesi cercano di spiegare l’accaduto. Qualcuno parla di un malore, forse dovuto ai postumi dell’incidente di Montecarlo. Altri ipotizzano che la cravatta, scompigliata dal vento, gli abbia ostruito la visuale mandandolo fuori pista. La motivazione più accreditata è però quella di una persona che avrebbe attraversato la pista. Uno spettatore, o forse uno dei manovali che stanno lavorando alla Sopraelevata. Nel disperato tentativo di evitare l’impatto, Alberto avrebbe compiuto una manovra d’emergenza rivelatasi fatale. Ma c’è di più. Anni dopo si dirà che una persona, confidandosi con un sacerdote, abbia ammesso di avere attraversato imprudentemente il tracciato. Sono solo voci. Rumors, per dirla all’inglese. Sufficienti però a fare di quest’ultima la versione più diffusa.

Nel 2014 è stata pubblicata una bella intervista a Ernesto “Tino” Brambilla, che a Monza è un mito vivente. Tra i ricordi legati al circuito di casa parla anche dell’incidente di Alberto Ascari, che rivela di avere visto personalmente. Secondo la ricostruzione del Tino, la Ferrari 750 sarebbe andata in testacoda e successivamente si sarebbe capovolta, senza che nessuno le abbia tagliato la strada. Se confermata, la versione di Brambilla smentirebbe l’ipotesi considerata da anni la più probabile, cioè quella della manovra per schivare un incauto spettatore. La scomparsa di Alberto Ascari quindi sarebbe una “semplice” uscita di strada, ma anche in questo caso le cause sarebbero tutte da verificare. Nel sessantesimo anniversario della scomparsa del campione il mistero resta fitto.

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